Il nostro olio di oliva
La nostra azienda agricola produce solo vini ed olii biologi certificati! Seguendo i cicli del sole, della luna e delle semplici soluzioni contadine, ricreiamo i gusti del passato.
La storia dell'olio d'oliva in Friuli Venezia Giulia affonda le radici nell'epoca romana, che introdusse l'olivicoltura nel nord-est adriatico, sebbene la coltivazione sia proseguita ininterrottamente nonostante le gelate storiche, come quella del 1929. Dopo un drastico declino, la produzione ha avuto una rinascita a partire dagli anni '80, concentrandosi oggi su oli extravergine di alta qualità, in particolare sul Carso e nei colli cividalesi, con varietà tipiche come la Bianchera (o Tergeste) e la Savorgnana.
Ecco i punti salienti della storia dell'olivicoltura friulana:
Origini Romane e Fenicie: I Fenici introdussero l'olivo nell'Alto Adriatico, ma furono i Romani a diffondere la coltivazione nel territorio del Carso e nei colli. Il toponimo "Oleis" (vicino a Manzano) deriva probabilmente dal latino olea.
Coltivazione Tradizionale:
Storicamente, la coltivazione è sempre stata limitata, spesso legata ai monasteri (come i benedettini di Rosazzo) e all'autoproduzione.
La Crisi del 1929: Una terribile gelata nel 1929 distrusse gran parte degli ulivi, portando quasi alla scomparsa dell'olivicoltura nella regione.
La Rinascita (anni '80): Dal 1981, grazie a leggi regionali che incentivavano nuovi impianti, l'olivicoltura è ripartita, valorizzando le varietà autoctone.
Eccellenza Moderna: Oggi il Friuli produce oli con un'acidità molto bassa e un fruttato intenso, in zone come il Collio, i colli orientali e il Carso triestino.
Varietà Tipiche: Le principali cultivar includono la Bianchera (o Tergeste), nota per la resistenza al freddo e l'alto contenuto di polifenoli, la Savorgnana, il Maurino, il Leccino e il Frantoio.
La regione si distingue per essere una delle zone più settentrionali al mondo per la coltivazione dell'olivo, dove la brezza marina e la protezione delle Alpi Giulie creano un microclima favorevole.
Il Desinan considera il toponimo Oleis di origine antica e legata alla presenza dell'olivo;
il Frau conferma la tesi nel suo Dizionario Toponomastico del Friuli Venezia Giulia citando: "Oleis, Uelis, Manzano, antica, 1084, dal latino oliva, olivo". Ed è proprio all'olivo che viene legata l'origine del toponimo, dal latino olea (ulivo) che nel friulano medievale prende forma in "Uelis". In effetti ci sono fondati elementi che fanno risalire l'origine di Oleis alla presenza sul suo territorio, in epoca storica dell'olivo.
La prima testimonianza scritta del toponimo la si deve ad una cronaca del monaco Ossalco, un benedettino rosacense che durante il 1344 scrisse della storia dell'ordine monastico e delle origini dell'Abbazia dopo l'incendio che l'ha distrutta nel 1323 mandando perduto gran parte dell'archivio. Egli fissò il nome di Oleis trascrivendo, probabilmente a memoria, il testo della famosa donazione che il Patriarca di Aquileia Ulrico I fece all'Abbazia nel 1082: "Item dedit extra muros civitatis lustinopolitane ecclesiam sancii Andree consacrate, quod fuit patrimonium suum cum campis, vineis et olivetis et possessionibus et decimis adherentibus ad ipsam ecclesiam. Item dedit X mansos in Oleis".
Che tradotto dice: "Allo stesso modo donò fuori le mura della città la chiesa di Sant'Andrea consacrata al culto giustinopolitano che era suo patrimonio con i campi, le vigne, gli oliveti e i possedimenti e le decime pertinenti alla stessa chiesa. Allo stesso modo donò dieci mansi a Oleis." Ossalco quindi, fa cenno dell'esistenza di un villaggio chiamato Oleis nell'ambito della donazione che portò sotto la giurisdizione dell'Abbazia gli oliveti annessi alla chiesa di S. Andrea di Capodistria. Questi oliveti offrirono il materiale vivaistico per rifondare l'olivicoltura a Rosazzo. Del manoscritto originale non si hanno più notizie mentre si conosce l'esistenza di una copia cinquecentesca tratta dall'originale e redatta dal notaio Marcantonio Nicoletti di Cividale. Nell'immagine a lato è ritratta una copia risalente al 1804. Ma dobbiamo spingerci più in là nel tempo per comprendere meglio se vi sia un effettivo legame del toponimo col territorio, anche in assenza di tracce oggettive, ma conoscendo le abitudini agricole degli abitanti in epoca storica, dalle quali ricavare utili indizi.
Le notizie più avvincenti, riguardanti una possibile tradizione olearia a Oleis, portano a ritenere che ci fossero i frantoi già in epoca romana o per lo meno che vi fossero insediate le macine degli abati rosacensi necessarie per spremere le olive raccolte sulle pendici della rocca dell'Abbazia.
In effetti, non esistono prove oggettive a conferma di ciò, e soprattutto vi fu sicuramente un periodo di assoluta discontinuità nella presenza di tracce che coincide con il periodo assoggettato alle dominazioni barbariche.
In ogni caso, sulla base delle informazioni disponibili è possibile formulare un'ipotesi ad ulteriore sostegno dell'origine del toponimo di questo villaggio. La tradizione oleicola di questi luoghi, tramandataci fino ad oggi, è sostanzialmente quella risalente ai monaci di Rosazzo i quali la riavviarono e la portarono ad espandersi anche nel circondario. Una testimonianza della diffusione che ebbe la coltivazione dell'olivo nel territorio del manzanese ci perviene da una traccia risalente al secolo XVI quando Oleis contava "30 fuochi", cioè focolari, ovvero nuclei familiari. A quel tempo i consigli dei capi famiglia detti "consigli di vicinia" si riunivano per amministrare le comunità dei singoli villaggi del territorio manzanese che erano indipendenti fra loro. Le regole di svolgimento erano però comuni: si adunavano al suono delle campane, erano presieduti dal "decano", assistiti

da un messo e verbalizzati da uno scrivano. Le riunioni si tenevano all'aperto e chi non presenziava senza giustificazione era costretto a pagare un'ammenda corrispondente a qualche libbra di olio da devolvere alla chiesa oppure ai poveri.
La riscoperta della coltivazione dell'Olivo
Sulle pendici di Rosazzo e nelle campagne limitrofe a partire dall'XI secolo avvalora e rende in questo modo apprezzabile l'avvedutezza e la competenza tecnica ed agronomica degli abati che hanno saputo interpretare le caratteristiche del suolo, del clima, del territorio e le potenzialità conseguenti. La coltivazione dell'olivo richiede infatti sensibilità e cultura tecnica sia per la coltivazione che per la produzione dell'olio. Queste competenze erano già ben note agli agronomi Romani i quali avevano individuato con precisione puntuale le vocazioni agrarie del territorio pianificandone la destinazione d'uso attraverso le centuriazioni. Un modo pragmatico, preciso ed essenziale per valorizzare i terreni più fertili. Di origine certamente romana e legati alla produzione frutticola sono infatti gli attuali toponimi Mereto di Tomba e Mereto di Capitolo, originati dai "meleretum", i frutteti di melo di che venivano coltivati lungo filari paralleli alle direttrici stradali con orientamento nord-sud per sfruttare al meglio l'irraggiamento solare.
Gli studi effettuati sull'agro centuriato di Forum Iulii portano a ritenere che proprio i Romani introdussero la coltivazione dell'olivo e la produzione dell'olio nelle valli circostanti a Forum Iulii la cui coltura aveva una larga diffusione in particolare nella zona di Buttrio e Rosazzo.
Ad Oleis la presenza dei Romani è stata accertata attraverso numerosi rinvenimenti archeologici di tombe, urne, fibbie ed anelli in località Malachis, a est dell'attuale strada che conduce a Cividale e si sovrappone alla via Aquileia-Forum Iulii integrata nella centuriazione. Inoltre, dalle memorie storiche del conte Girolamo de Rinaldis si evince che presso Oleis era insediato un posto di ristoro e di sosta per i soldati ed i cavalli che da Aquileia dovevano raggiungere Cividale e viceversa.