VIAGGIO ALLA SCOPERTA DI SE STESSI SULLE ORME DI DISLESSICI..
che hanno scoperto le proprie potenzialità
Ogni persona è unica, ma per scoprirlo e dimostrarlo a se stessa deve ricercare, scoprire e poi potenziare le sue abilità.
In questo laboratorio bambini e ragazzi ripercorreranno i tracciati lasciati da dislessici famosi che, partendo da difficoltà simili alle loro, hanno colto la sfida di essere se stessi con coraggio.
Le proposte che saranno offerte ai partecipanti saranno molteplici per dare la possibilità di fare esperienze positive di sé in un’ambiente non giudicante, stimolante e creativo.
Obiettivi principali:
Rafforzamento dell’immagine interna che ogni bambino possiede, conoscenza delle caratteristiche e dei punti forze dei dislessici, riconoscimento delle proprie capacità, dei propri atteggiamenti.
Imparare a stare nel gruppo con la propria unicità.
Scoprire la comunicazione che va al di là della parola scritta.
Metodologie:
Brain storming e riflessioni guidate
Teatro terapia
Inter-art
Ascolto di storie di dislessici e condivisione della propria
Esperienze psicomotorie
Il laboratorio si sviluppa in 5 incontri della durata di due ore
Lasciamo lo spazio alle emozione
...ascoltiamole, diamo a noi stessi e ai nostri figli lo spazio per esprimerle ed entrare in contatto con loro, capirle.
Quando vostro figlio piange provate ad ASCOLTARLO prima di consolarlo.
“Che cosa senti? Cosa succede?”
Queste sono le domande da sostituire al “Perché piangi?” Domanda che può essere interpretata come un giudizio o come un prendere alla leggera la loro sofferenza.
Molto spesso abbiamo solo bisogno di sentire che la nostra emozione é capita.
Così capita anche ai bambini, provate ad ascoltarli e accogliere il loro dolore, vi stupirete per quante volte riusciranno poi ad affrontare i loro problemi da soli!
Lasciargli lo spazio per sfogarsi, insegnargli che le loro emozioni sono importanti e che desideriamo ascoltargli …. In questo modo non stiamo crescendo dei figli frignoni ma delle persone che sanno di avere valore.
La paura è una emozione funzionale
... utile, essa si fonda sull’ anticipazione delle difficolta’ future e puo’ aiutarci ad affrontarle meglio. Se abbiamo paura ci rimbocchiamo le maniche, se non l’ abbiamo rischiamo di sottovalutare il pericolo. Ma la paura può diventare un gigante e paralizzarci.
Uno dei primi passi che può aiutarci a non farci inghiottire da questo colosso è quello di valutare la situazione che ci incute paura in tutte le sue sfaccettature. Non lasciamo che rimanga un fantasma senza nome che si possa trasformare nell’orco che un bambino si immagina nel buio. Analizziamola e descriviamola con cura.
Riusciamo a capire anche quali sono le radici di questa paura? Un’esperienza passata, un trauma?
Abbiamo bisogno di parlane con un amico, uno specialista? A volte riconoscere le cause di una paura ci aiuta ad arrivare al passo successivo, quello di guardare alla paura con realismo.
La paura diventa un gigante quando non ha nome, ma quando la riconosciamo e la analizziamo ci accorgiamo che quel mostro è solo un fantasma che può costringerci a vivere male la nostra vita.
Siamo disposti a vivere costretti da lei?
Durante una seduta in studio un’ adolescente ha espresso molto bene questo suo stato d’animo attraverso il disegno e le parole che allego.
Lo condivido con voi.
“ La paura del giudizio degli altri,
la paura di sbagliare, mi pietrifica.
Ma io voglio muovermi perchè nel movimento c’è il colore”
Non sono capace perché non sono intelligente
L’autostima è collegata allo stile attributivo di una persona: ossia quel processo attraverso il quale noi troviamo una causa agli eventi che ci succedono.
Che cosa vuol dire?
Vuol dire che se io vado a pattinare sul ghiaccio con i miei amici e pattino male, ma la causa l’attribuisco al fatto che mi hanno dato dei pattini pessimi allora la mia autostima non é compromessa.
Diversamente invece se attribuisco la causa a qualcosa di globale che non posso controllare, per esempio: sono incapace negli sport, allora la mia autostima sarà fortemente minata.
L’altro giorno una bambina dislessica e discalculica che affiancavo per la prima volta come tutor dell’apprendimento, mi ha pregato di aiutarla a far un problema. “Io non sono capace a fare i problemi” mi ha detto.
Un solo esempio pratico ed ha capito come svolgerlo! Ma quando é arrivata a dover fare la moltiplicazione si é sbiancata. “La maestra vuole che utilizzi questa rotella” ( una sorta di tavola pitagorica) non vuole che utilizzi la calcolatrice.
Doveva calcolare la moltiplicazione fra due numeri a tre cifre, con la virgola.
Quello che le chiede la maestra é assurdo. Può essere un aiuto per moltiplicazioni semplici, ma per quella ragazzina incolonnare, e sommare i riporti é come chiedere ad un cieco di passare tra dei birilli.
Ha iniziato a contorcere le manine e a piangere. Vedi che non riesco Chiara, la maestra mi ha detto di sforzarmi ma non ci riesco. Mi ha detto che ci riesce la mia compagna che ha un problema peggiore del mio, ma io non ci riesco.
Mi é salito il cuore in gola.
“Piccola tu non ci riesci perché sei dislessica, non ci riesci perché non puoi riuscirci, io sono dislessica come te e questo arnese lo trovo impossibile. Sai cosa c’è : tu il problema lo hai saputo fare bene! Ma la maestra ti ha dato uno strumento sbagliato.
Non sei tu che sbagli, sbaglia lei!!!!”
Ho visto gli occhi di quella bambina diventare grandi ed entrare un po’ di speranza nei suoi occhi.
Il bambino dislessico attribuisce l’insuccesso a fattori come le proprie difficoltà, mentre il successo a fattori esterni come la fortuna o la facilità del compito.
É compito nostro, genitori e professionisti del campo, spiegare loro che se non riescono in qualcosa é semplicemente perché hanno un modo di processare le informazioni diverso, ma con gli strumenti giusti possono farcela come gli altri.
Spieghiamo loro che sono gli strumenti, i pattini ad essere non adeguati, e non loro che sono ad essere poco intelligenti o non a non applicarsi!!!!
Anzi spesso si applicano troppo, fino allo sfinimento, fino allo scoraggiamento totale.
Spieghiamogli che ad un miope, se non ha gli occhiali, non gli si può chiedere di avere la stessa mira di uno che vede benissimo. La colpa é la mancanza degli occhiali, non la non buona mira!
Imparate a dare sempre un nome alle cause e che questo si sostituisca al loro ” non sono intelligente” !